Anche questa settimana il team Medu è stato presente all’interno dell’hotspot di Pozzallo dove uomini e donne “attendono” da giorni e giorni di essere ricollocati in altri paesi Europei.
M. un giovane uomo proveniente dal Sudan, lascia scorrere la memoria e le parole mentre il suo volto ha i lineamenti e la fissità di una statua:
“Ero un bambino felice prima che bombardassero la mia città, mungevo le mucche, mi piaceva. Le chiamavo una per una avevano ciascuna un nome e loro riconoscevano la mia voce. La mia preferita veniva a svegliarmi la mattina, mi chiamava e io uscivo aprivo la porta ai cuccioli e lei li allattava. Adesso voi parlate e la mia mente va via lontano in Sudan, in Libia, quando sono tornato e non ho trovato più nessuno. Un giorno un arabo mi ha lasciato nel deserto, scavavamo i pozzi, un giorno mi ha lasciato con un po di cibo e non è più tornato per un mese. Mangiavo un pó d’acqua e della semola, dividevo il cibo per non morire. Sono stato il Libia per cinque anni, li é tutto calcolato, alle 16 devi chiuderti a chiave in casa e non uscire piú. C’è sempre tensione. Da cinque anni ho dolore alla schiena, crampi allo stomaco, la mia testa non funziona”.
Alcuni ragazzi vivono in hotspot da più di un mese. Le persone più vulnerabili sono coloro che presentano sintomi psicopatologici da tre, quattro, cinque anni e per cui si è rivelato indispensabile l’apporto farmacologico a seguito di consulenza psichiatrica dell’ASP. É in modo particolare per loro che la permanenza in hotspot diventa motivo di ulteriore inaccettabile sofferenza.
A. 20 anni, proveniente dal Sudan:
“Dall’ultima volta che abbiamo parlato va peggio, il batticuore non è passato, ho molti pensieri. È morta una persona a casa ma non ho potuto sentirla subito, non mi hanno dato la possibilità di chiamare. Sto da solo, odio tutti non so bene perché. Sono qui da un mese ma non é venuta nessuna delegazione. Mi fa male la testa sempre, non mi passa. Come faccio a rimanere qui? Devo andare! Non posso aspettare”.
Ecco la linea di confine che separa chi sta bene da chi sta male: la pazienza! Chi è in salute può permettersi di essere paziente.
Le vittime di tortura e traumi estremi con vulnerabilità psichiche medie e gravi incontrate dal team Medu in queste ultime settimane necessitano condizioni abitative essenziali a lenire il tormento che portano e cure medico- psicologiche. Il Team Medu in collaborazione con gli attori presenti in hotspot sta lavorando per raggiungere questo basilare obiettivo.
Valentina Gulino, psicologa del Team Medu Sicilia


