Diario da Pozzallo #11

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3 Novembre 2019
medu hotspot pozzallo

Il gruppo di donne ivoriane con cui parliamo è formato da 11 donne; insieme a loro quattro bimbi di cui due gemelline. “E’ difficile capire dove siamo, cosa sta succedendo, siamo ancora traumatizzate, quello che abbiamo vissuto in Libia è troppo” . Chiediamo loro di raccontare qualcosa. “Dove Siamo? Quanto é lontano Milano?”. Le domande non sono tante, la stanchezza e le lacrime predominano. E’ una ragazzina di appena 15 anni con la sua mamma di 41 a svelare i dolori di alcune delle donne presenti. Forte e decisa, i suoi occhi brillano di tenacia, mi indica una giovane donna: “Lei non sente bene da quando é piccola, dalle sue orecchie esce del liquido giallo. Circa 8 mesi fa quando abbiamo provato a fuggire da una prigione in Libia, lei si é lanciata da un muro e i suoi piedi si sono rotti. Guarda: adesso i piedi sono deformati e gonfi ma va un pó meglio, ha molto dolore”. Di una donna però vuole raccontarci con più urgenza “Hai visto mia mamma? Non può camminare bene. Anche lei ha un problema al piede. La prima volta che siamo partite dalla Libia era agosto 2018, eravamo in una lapalapa (imbarcazione, ndr), le persone erano tutte strette e quando il cibo è finito alcuni hanno cominciato a muoversi e più volte hanno schiacciato il piede della mamma. Poi il carburante si è versato e ha bruciato la gamba di mamma. Alla fine tutti si sono buttati in mare. Due bambini e due signori sono morti. Solo dopo i libici sono arrivati per prenderci e riportarci indietro”. Queste donne sono arrivate in hotspot da poche ore, quando arriva la polizia per portare via il presunto scafista, alcune di loro cominciano a piangere e i bambini guardano allarmati le lacrime delle mamme. “Non è colpa di quell’uomo, non ha guidato lui la barca, solo Dio ci ha portati sin qui in salvo” esclama qualcuno. Le emozioni sono troppe, forti e dirompenti. Benvenute. C é solo questo da dire oggi. Benvenute.

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